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Domenica 25 Dicembre 2011
NATALE DEL SIGNORE |
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“Venite adoriamo il Signore che è nato per noi”
Lc 2,16-21
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Gli eventi grandi, quelli che cambiano la storia, sono sempre preceduti e accompagnati da solenni proclami, da appariscenti manifestazioni; molte volte scorre sangue, quello degli inermi e dei più coraggiosi, talvolta sono esaltati dal chiasso eccessivo, meglio dal rumore. Forse è una necessità, forse il prezzo da pagare, o forse il cattivo gusto del clamore a tutti i costi. Con il Natale, evento grande e unico, la rivoluzione cosmica che lo caratterizza e lo definisce si realizza con altre categorie, con un altro stile quello proprio di Dio. Già domenica scorsa con il racconto dell’Annunciazione, era evidente la scelta della marginalità geografica - Galilea - era presa in considerazione una fanciulla semplice - Maria - l’evento era vissuto nella casa povera di un villaggio - Nazareth - . Tutto faceva pensare all’esito finale che sarebbe stato sobrio e discreto: la nascita dell’Emmanuele, avvenuta nel grande silenzio della notte, alla periferia del mondo, senza alcuna indiscrezione. Luca, l’evangelista, si attarda nella descrizione del contesto dagli orizzonti mondiali, si prende la briga di coinvolgere l’Imperatore Augusto, con il suo decreto di fare il censimento, il governatore della Siria, Quirinio, esecutore dei voleri di Roma e, infine, di tutto il movimento delle popolazioni destinatarie del computo. |
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All’evento atteso da secoli, quello che avrebbe cambiato le sorti dell’umanità, l’evangelista dedica due versetti: “Ed avvenne che, mentre si trovavano là si compirono i giorni in cui doveva partorire, ed ella partorì il proprio figlio, il primogenito, e lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché non avevano trovato posto nell’albergo” (Lc 2,6-7). Il luogo è Betlemme, la mamma è Maria. La famiglia di Nazareth si trova lì perché Giuseppe è del casato e della stirpe di Davide che è di quel villaggio di Giuda (cfr Ml 5,1). La registrazione avveniva nella città di origine. Tutto è essenziale e controcorrente; tutto è secondo la coerenza delle promesse divine nonostante le infedeltà umane; tutto è avvolto dallo stupore: il Dio-bambino, le fasce, la mangiatoia. Nel villaggio, l’angusto albergo non ha un posto disponibile; l’unica soluzione è quell’ambiente attiguo, essenziale, riservato ad altro. Colui per il quale tutto è stato creato non ha dove posare il capo; c’è solo la mangiatoia, un’accoglienza scomoda, ma è ciò che gli uomini sanno offrire al “Figlio dell’Altissimo”. Un’accoglienza così -logisticamente e umanamente - è riservata ai poveri, allo straniero, a quelli che non contano; per loro non c’è spazio, non c’è tempo, non c’è amore. L’evento più importante della storia, ignorato dalla storia, viene annunziato a coloro che vivono ai margini della storia, perché precari, inaffidabili secondo la cultura popolare: i pastori.
Alla luce che viene dalle profezie, si unisce quella che viene dall’alto, dall’Eterno per rivelare a tutti che quel bambino è “un salvatore, il Cristo, il Signore” (Lc 2,11). L’angelo rassicura: “Non temete. Ecco io vi annunzio una grande gioia, che sarà per tutto il popolo “ (Lc 2,10). Un Dio che nasce bambino, avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia, non può fare paura, piuttosto suscita tenerezza, si può andare da lui e prenderlo tra le braccia. Il mondo si è capovolto: la creatura può accogliere il Creatore; la sua leggerezza e la sua tenerezza infondono coraggio, mettono gioia, esaltano gli umili, indicano al mondo la liberazione. La moltitudine degli angeli, mentre loda Dio, dà completezza all’evento che lo ha visto bambino e ha reso l’uomo grande con l’annunzio della gloria divina e il dono della pace messianica. E’ lo splendore proprio di Dio che si concretizza nella storia con il dono della salvezza piena, intrecciata di perdono e di luce. Rimane importante e bello il presepe nelle nostre case, nelle piazze, nelle chiese; attirano e incuriosiscono i presepi viventi; c’è arte, c’è passione, c’è cura, ma l’evento non è lì, è nel cuore del mondo. Qui si consumano le oppressioni, si negano i diritti, si spengono i sogni; la gloria di Dio scende in questo cuore, ridà la liberazione, recupera la giustizia, riconsegna il futuro. La pace, dono dall’Alto, si diffonde sugli uomini amati perdutamente dal Dio che si è fatto carne per abitare nel cuore del mondo. E’ una dimora precaria, scomoda, ma è qui che il divino e l’umano si incontrano per uno scambio di ‘doni’: l’uomo dà il suo smarrimento, le sue ferite, le sue infedeltà, il suo peccato; Dio gli partecipa la sua luce, la sua salvezza, la sua fedeltà, la sua grazia. Abbiamo compiuto il percorso dell’Avvento per andare incontro al Dio bambino; ci siamo impegnati a mettere da parte la ‘virtualità’, per dare spazio alla concretezza di quell’incontro; non fantasmi, ma volti di donne, di uomini e di bambini che chiedono un posto a tavola, che passano dal Banco alimentare e dalla stanza indumenti, sono alla porta di Casa Betania e alla porta del nostro cuore. Nella crisi la solidarietà continua, si fa più forte, si divide e si moltiplica, volteggia nel nostro cielo per posarsi nelle nostre case. Auguri di pace tra un sorriso e una parola di tenerezza, in un abbraccio che riscalda e dà vita da don Antonio, don Claudio
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