Domenica 9 Aprile

DOMENICA DELLE PALME

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Matteo 21,1-11

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: «Andate nel villaggio che vi sta di fronte: subito troverete un’asina legata e con essa un puledro. Scioglieteli e conduceteli a me. Se qualcuno poi vi dirà qualche cosa, risponderete: Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà subito». Ora questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta:
Dite alla figlia di Sion:
Ecco, il tuo re viene a te
mite, seduto su un’asina,
con un puledro figlio di bestia da soma
.
I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla numerosissima stese i suoi mantelli sulla strada mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via.  La folla che andava innanzi e quella che veniva dietro, gridava:
Osanna al figlio di Davide!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Osanna
nel più alto dei cieli!
Entrato Gesù in Gerusalemme, tutta la città fu in agitazione e la gente si chiedeva: «Chi è costui?».  E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nazaret  di Galilea».

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In questa settimana per due volte la Chiesa si raccoglie nella lettura della Passione di Cristo, del patire di un Dio che ama.

La lettura più bella e regale che si possa fare, dove tutto ruota attorno alle due cose che toccano il nervo di ogni vita: l’amore e il dolore, la lingua universale dell’uomo.

Lo ha capito per primo, sul Calvario, non un discepolo, ma un estraneo.  Alla morte di Gesù, infatti il primo atto di fede è quello di un lontano, un centurione pagano: davvero costui era figlio di Dio.   

Non da un sepolcro che si apre, non dallo sfolgorio di luce, di giorni nuovi, di un sole mai visto, no, ma davanti e dentro la tenebra del venerdì, vedendolo sulla croce, sul patibolo, sul trono dell’infamia, un verme nel vento, questo soldato esperto di morte dice: era figlio di Dio.   

  Morire così è rivelazione.

  Morire d’amore è cosa da Dio.

Il nostro Dio è differente.

Perché è salito sulla croce?

Per essere con me e come me. Perché io possa essere con lui e come lui.

Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all’uomo che è in croce.

L’amore conosce molti doveri, ma il primo di questi doveri è di essere insieme con l’amato, come una mamma quando il figlio sta male… e vorrebbe prendere su di sé il male del suo bambino, ammalarsi lei per guarire suo figlio. Dio entra nella morte perché là va ogni suo figlio. Per trascinar­lo fuori, in alto, con sé.

La croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante.

È qualcosa che mi stordisce: un Dio che mi ha lavato i piedi e non gli è bastato, che ha dato il suo corpo da mangiare e non gli è bastato.  Lo vedo pendere nudo e disonorato, e devo distogliere lo sguardo.  Poi giro ancora la testa e riguardo la croce e vedo uno a braccia spalancate che mi grida: ti amo.  Proprio me? Sanguina e grida, o forse lo sussurra, per non essere invadente: ti amo.   C’erano molte donne che stavano ad osservare da lontano. Piccolo gregge sgomento e coraggioso: la Chiesa nasce dalla contemplazione del volto del Dio crocifisso, la Chiesa nasce in quelle donne, che hanno verso Gesù lo stesso sguardo di amore e di dolore che Dio ha sul mondo.  Le prime «pietre viventi» sono donne.  Per diventare Chiesa, dobbiamo anche noi sostare con queste donne accanto alle infinite croci del mondo dove Cristo è ancora oggi crocifisso nei suoi fratelli, disprezzato, umiliato, ricacciato indietro, naufragato.  Con santa Maria e le donne sentiamo nostra la passione di ogni figlio dell’uomo: il mondo è tutto una collina di croci. Restiamo accanto, a portare conforto, speranza, pane, umanità, vita.

Solo così sentiremo a Pasqua che «rotola armoniosamente la nostra vita nella mano di Dio».

 

PREGHIERA

O Signore,

che entri in Gerusalemme, donaci la gioia

di aprirti le porte del nostro cuore,

di uscire dalle nostre mentalità chiuse e ristrette.

Aiutaci, Signore a condividere con Te

le nostre sofferenze, le nostre tristezze.

Fa’, Signore, che ci avviciniamo

insieme a Maria, tua Madre, con occhi trasparenti

e con purezza di cuore, al roveto ardente

della tua passione e morte, al roveto che non si consuma

e che risplenderà nella gloria della Pasqua.