Il binomio Fiume-Brindisi e l’intitolazione a San Vito Martire dell’omonima Chiesa Brindisina

Pubblicato giorno 6 dicembre 2019 - Notizie

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a cura del Prof. Teodoro de Giorgio

Cliccando sui due player potete ascoltare l’introduzione e la presentazione del Prof. Di Giorgio da parte di don Mimmo e poi la conferenza del Prof. De Giorgio.

  

Le relazioni, umane, culturali e sociali, tra Brindisi e – quella che dagli storici è definita – la «Regione giuliana», comprendente Trieste, Gorizia, Istria e Fiume, sono molto più strette di quanto non si immagini e, pertanto, meritevoli di un approfondimento scientifico. Prima di entrare nel vivo del binomio Fiume-Brindisi, che dà il titolo all’odierna conferenza, è necessario fornire alcune coordinate storiche per comprendere meglio le vicende che andrò a riferire.

Al termine della seconda guerra mondiale, a seguito dell’annessione della Dalmazia alla Jugoslavia, molti italiani residenti in territorio dalmata, nel quale forte era l’impronta culturale italiana risalente all’Impero Romano, ai Longobardi, ai Veneziani e ai Fiorentini, furono progressivamente costretti a scegliere la via dell’esilio. Con la firma del Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, che prevedeva la definitiva assegnazione dell’Istria, con la sola eccezione del Territorio Libero di Trieste, alla Jugoslavia, e l’impossibilità per i residenti di mantenere la cittadinanza italiana, l’esodo si intensificò. L’ultima fase migratoria risale al 1954, quando il Memorandum di Londra assegna il Territorio Libero di Trieste alla Jugoslavia. Non entrerò nel merito della pulizia etnica – termine orribile che identifica quei fenomeni di rimozione forzata e violenta di un popolo, della sua memoria, delle sue vestigia storico-artistiche e dei suoi stessi rappresentanti – attuata dalle nuove autorità slave giacché non è questa la sede.

Dal 1947 al 1954 profughi istriani, fiumani, giuliani del Golfo del Quarnaro e della Dalmazia si dispersero in tutta Italia. Anche a Brindisi trovarono rifugio e una nuova casa. A tal proposito, è opportuno ricordare che nella sua millenaria – e gloriosa – storia, la città di Brindisi (definita in passato «il miglior porto del mondo») ha sempre manifestato la propria accoglienza nei confronti degli stranieri e delle popolazioni in fuga dalla propria terra; stranieri che non venivano percepiti come minacce o veicoli di contaminazione sociale: al contrario, i cosiddetti ‘stranieri’ a Brindisi hanno sempre rappresentato preziose risorse e determinato una crescita reciproca, tanto sul piano sociale quanto culturale; dell’accoglienza la città ha fatto negli anni la sua bandiera, manifestando attraverso di essa le sue radici cristiane, che ne hanno fatto una delle prime diocesi del Meridione d’Italia.

Al loro arrivo a Brindisi, gli esuli – in prevalenza giovani – trovarono dignitosa sistemazione nel Regio Collegio Navale, poi ribattezzato «Collegio per profughi giuliani» e quindi intitolato a Niccolò Tommaseo, linguista, scrittore e patriota dalmata sostenitore della fratellanza tra popoli slavi e italiani.  Tra le opere più importanti del Tommaseo meritano di essere ricordate il Nuovo Dizionario dei Sinonimi della lingua italiana e un importante Commento alla Divina Commedia. L’Istituto nautico prenderà il nome di «Quarnaro», in omaggio all’omonimo golfo fiumano, e nel 1951 verrà italianizzato in «Carnaro» a seguito del referendum promosso dagli studenti. Tale italianizzazione, in effetti, risaliva nientemeno che a Dante Alighieri, che nel canto IX, ai versi 112-114, dell’Inferno aveva scritto:

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,

sì com’ a Pola, presso del Carnaro,

ch’Italia chiude e suoi termini bagna.

 Se la civiltà di un popolo, in questo caso di quello Brindisino, si valuta dalla capacità di accogliere lo straniero, di farlo sentire a casa e di coinvolgerlo nelle attività socio-economiche, la sua nobiltà d’animo si misura dalle attenzioni ad esso manifestate: il 23 settembre 1949 l’allora sindaco di Brindisi, Vincenzo Guadalupi, a nome dei suoi concittadini donò agli esuli una statua rappresentate il santo patrono di Fiume, il cosiddetto «San Vito dei Fiumani», che trovò posto nella cappella del Collegio Navale. Vito fu un giovane cristiano, di probabili origini siciliane, che subì il martirio in Lucania nel 303 durante la grande persecuzione dell’imperatore Diocleziano, il cui culto a partire dall’VIII secolo si diffuse in tutta Europa giungendo nei territori slavi, dove prese il posto dell’antica divinità della guerra Svetovit. La statua, che potete ammirare alla vostra destra, raffigura il martire con in mano la torre civica della città di Fiume ed è copia fedele di quella venerata nell’omonima cattedrale fiumana, considerata la chiesa più antica della Croazia e il primo santuario mariano del Paese; l’iconografia della nostra statua differisce da quella consueta, che vuole Vito ritratto con il calderone di pece bollente dove venne immerso o in compagnia di due cani, ai quali ordinò di rigurgitare i resti di un bambino che avevano sbranato e che subito dopo ritornò in vita.

Un brindisino, in particolare, si distinse nell’opera di accoglienza degli esuli fiumani, il capitano di marina Giuseppe Doldo. Nato a Brindisi nel novembre 1895, fu marinaio volontario durante la prima guerra mondiale, legionario fiumano e cittadino di Fiume dal 1921 all’esodo. Grazie a lui, ebbero sede nel Collegio Tommaseo una sezione dell’Istituto Nautico, una sezione del Liceo Scientifico e una Scuola Media destinate ai profughi.

Il binomio Fiume-Brindisi ebbe la sua massima manifestazione nell’istituzione della Casa del Profugo e, soprattutto, nella nascita – ad opera del capitano Doldo – del Consorzio Fiume-Brindisi, che rappresentò un elemento di grande impulso per la valorizzazione delle attività commerciali e industriali nel porto naturale di Brindisi. Del Consorzio fecero parte alcuni tra i più illustri personaggi fiumani, come Andrea Ossoinack, Arturo de Maineri e Carlo Stupar. Obiettivo del consorzio era la creazione di un istituto di credito in grado di finanziare gli esuli nella realizzazione di aziende e piccole industrie nel comprensorio brindisino. Nell’agosto del 1949 Brindisi otteneva l’istituzione di un «Punto franco con possibilità industriali» nel porto, finalizzato ad attrarre capitali e a promuovere lo sviluppo economico della regione. Per lodare l’operato degli esuli e quale forma di apprezzamento civico, l’allora presidente del Consorzio del Porto di Brindisi, Teodoro Titi, disse pubblicamente: «Voi profughi avete dato a Brindisi un contributo vitale, di importanza eccezionale per la sua storia […] La vostra azione decisa e tenace è stata per noi fonte di stimolo, anche perché ci ha resi intraprendenti. Tutto questo fervore di opere nuove, perciò, si deve a voi profughi»3; concetto ribadito dall’allora presidente dell’Amministrazione Provinciale di Brindisi, senatore Antonio Perrino: «II contributo che voi profughi avete dato a Brindisi e al suo risveglio è notevole ed è da noi tanto apprezzato. Voi profughi avete riscattato secoli di sonno di queste popolazioni»   Erano quelli gli anni nei quali si iniziava a pensare a Brindisi all’edificazione di una chiesa nel neonato rione Commenda. La Chiesa, chiamata a rispondere al bisogno religioso dei fedeli del rione e a offrire ai ragazzi una alternativa alla strada, doveva avere una superficie coperta di 400 metri quadrati, capace di accogliere circa 1000 persone e al suo interno doveva prevedere un asilo infantile, una sala per riunioni, sale catechistiche, le abitazioni per il parroco e per le suore. L’edificazione, inoltre, doveva prevedere l’utilizzo di manodopera disoccupata 

Il 15 maggio 1955, il rettore della chiesa del Cristo dei Domenicani, don Raffaele Rocchetta, già cappellano del Collegio “Tommaseo” e insegnante di religione presso l’Istituto “Carnaro”, ricevette dall’Arcivescovo di Brindisi, Monsignor Nicola Margiotta (1889-1976), l’incarico di sovrintendere ai lavori per l’edificazione del complesso parrocchiale, mentre la posa della prima pietra avvenne il 28 maggio 1962. Grazie ai contributi statali, diocesani, degli abitanti del rione e, non in ultimo, di una piccola comunità di profughi istriani residente in zona, si riuscirono a completare i lavori di edificazione all’inizio degli anni Settanta. Fu ancora una volta il capitano Doldo, quale segno di gratitudine nei confronti della comunità istriana, a farsi promotore dell’intitolazione a san Vito martire del nuovo edificio ecclesiastico. Proposta che venne accolta con favore dall’intera comunità parrocchiale. Non solo. In qualità di Consigliere comunale presso l’Amministrazione brindisina si adoperò, come ulteriore segno di vicinanza ai profughi, nell’opera di intitolazione a Pola, Istria, Carnaro, Dalmazia, Fiume, Zara di una serie di vie del nuovo rione, come pure al primo arcivescovo italiano di Zara (1933-1948), Mons. Pietro Doimo Munzani (1890-1951), la cui premura pastorale nei confronti dei suoi fedeli non venne mai meno, neppure dopo l’esodo. L’alto prelato morì il 28 gennaio 1951 nella cattedrale di Oria, mentre stava predicando, e le sue spoglie da allora riposano nella (vecchia) chiesa del cimitero di Brindisi.

Vorrei concludere ricordando che, fin dalla sua fondazione, la vita della comunità parrocchiale di san Vito martire in Brindisi è stata ispirata dall’accoglienza: accoglienza dei fedeli di un nuovo rione; accoglienza di una devozione appartenente a un popolo esule in terra straniera (devozione che è diventata la nostra!); accoglienza di persone fuggite dalle loro terre natie (e ricomprendo non solo i fiumani, ma anche le migliaia di albanesi giunti nel 1991), che hanno trovato ospitalità negli ambienti di questa chiesa; accoglienza di persone indigenti, sovente immigrate e deprivate della propria dignità, nella struttura di Casa Betania. L’accoglienza è uno dei volti della carità, che – come dice san Paolo – «non avrà mai fine» (1 Cor 13,8) e che – come recita il motto della città di Fiume – è «indeficienter», ovvero ‘inesauribile’, ‘senza fine’.

Ringrazio il parroco della chiesa di San Vito Martire in Brindisi, don Mimmo Macilletti, per l’invito a relazione sulla tematica dei profughi fiumani a Brindisi e sul loro contributo alla storia della città; tematica ancora poco nota e che mi vede coinvolto in prima persona, avendo avuto in famiglia uno zio esule, Antonino Piutti (1938-2017), la cui affezione per la perduta terra natia lo ha accompagnato per tutta la vita. Alla sua memoria dedico, con affetto, il presente contributo.