Le nozze immagine della nuova alleanza

Pubblicato giorno 17 febbraio 2017 - Notizie

LECTIO DIVINA

a cura di Vittorio Mirabile

Dal Vangelo di Giovanni   (Gv 2,1 -12)

1 Tre giorni dopo, ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea, e c’era la madre di Gesù. 2 E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze. 3 Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4 Gesù le disse: «Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta». 5 Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà». 6 C’erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. 7 Gesù disse loro: «Riempite d’acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all’orlo. 8 Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 9 Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: 10 «Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora».
11 Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui. 12 Dopo questo, scese a Capernaum egli con sua madre, con i suoi fratelli e i suoi discepoli, e rimasero là alcuni giorni.

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INTRODUZIONE AL BRANO

Chissà a quanti matrimoni abbiamo, solitamente, ascoltato il brano evangelico delle nozze di Cana! Ma se lo leggiamo attentamente ci si accorge che mai “appaiono” in esso uno sposo e una sposa che sigillano il loro matrimonio nell’alleanza. La sposa, per esempio, non è mai nominata, mentre allo sposo viene rivolta solo una volta la parola dal maestro di tavola, lo sposo non “parla”: è una figura senza voce, senza carne, senza corpo, come se si sottraesse alla scena, lasciando lo spazio a un altro Sposo… Il protagonista di questa pagina è, infatti, Gesù, mentre gli altri personaggi sono presentati solo in riferimento a lui: “la madre di Gesù”, “sua madre” (senza che si dica il nome Maria) e “i suoi discepoli”, testimoni silenziosi, ma che alla fine appariranno come la comunità, la sposa di quell’alleanza con lo Sposo Gesù, sigillata nel vino nuovo del Regno.

Se, poi, vogliamo comprendere perché Giovanni racconta delle nozze di Cana, occorre andare al penultimo versetto:  Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui. Per Giovanni quello che è avvenuto a Cana è un segno che mostra la gloria del Cristo e che permetterà ai discepoli di credere.

Con questo atto di fede si concludono quasi tutti gli altri episodi rilevanti del vangelo di Giovanni, a conferma del fatto che l’intenzione dell’evangelista è proprio quella di condurci, attraverso l’esperienza dei discepoli, a condividerne la fede. Il racconto delle nozze di Cana, quindi, ci riporta a quella che possiamo definire la finalità centrale del vangelo di Giovanni, che è quella di mettere in luce il mistero di Gesù,  è evidente  nei versetti 20,30 s:           Or Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

COMPRENSIONE DEL BRANO

Nell’esaminare gli elementi utilizzati dall’evangelista proveremo a ripetere l’esperienza dei discepoli e consentire anche a noi di assistere al segno (2,11) di Gesù:

–  «ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea ». Nessun nome degli sposi; Giovanni vuole solamente indicare la natura dell’incontro: una festa raccolta intorno alla gioia di un amore umano che celebra il suo inizio, così come Gesù sta per “celebrare” l’inizio del suo “matrimonio” con le folle e i discepoli. Il racconto si svolge in un ambiente pubblico (come lo è una festa) e insieme familiare (come lo è una festa di nozze), nel contesto di un banchetto, quasi ad anticipare un altro banchetto. Infatti, il vangelo di Giovanni termina con un banchetto (21,13-15) e con una dichiarazione d’amore.

– «C’era la madre di Gesù… E Gesù pure fu invitato con i suoi discepoli alle nozze ». Giovanni si esprime in modo strano: come mai viene citata, tra i presenti, Maria per prima, mentre invece Gesù e i suoi discepoli vengono quasi in second’ordine? Inoltre,  Maria non è citata con il suo nome, ma come “madre di Gesù”. Forse si vuol indicare il ruolo e la missione del tutto singolare di Maria nella storia della salvezza, e insieme si vuol dire che questo ruolo dipende totalmente dal fatto che ella è la madre del Signore. La sua presenza e, come vedremo, il suo intervento sono decisivi al fine di creare le condizioni per la manifestazione messianica del Figlio di Dio.

«Venuto a mancare il vino». La gioia del matrimonio di Cana (come del resto ogni altra gioia umana) è fragile e instabile. Il vino “che dà gioia al cuore dell’uomo” (sal104,15) può venire a mancare da un momento all’altro. Quale garanzia può dare un progetto di felicità basato esclusivamente sulle scorte della “cantina di famiglia”? Possiamo immaginarci l’inevitabile seguito di questa situazione: l’imbarazzo degli sposi, il disappunto degli invitati, le critiche e i giudizi, l’affannosa ricerca di qualcuno cui attribuire la colpa… Quante sono le “feste” umane (anche quelle nuziali!) che in breve  tempo finiscono così! E forse nessuna di esse è esente dal dover attraversare, prima o poi, in un modo o in un altro, questa fase in cui il “vino” viene a mancare.

«Non hanno più vino!». Le parole della madre di Gesù hanno un destinatario e un contenuto. In primo luogo esse sono rivolte esplicitamente al Figlio. Maria sa  che solo suo figlio può intervenire a risolvere la situazione e si rivolge direttamente a Lui. Il contenuto della sua frase è insieme un’accorata constatazione della povertà della condizione umana e un appello, discreto ma chiaro, rivolto al Figlio perché intervenga. La missione mediatrice di Maria, che si fa carico delle difficoltà che insidiano la felicità degli uomini, appare in queste sue parole.

«Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta». Il termine un po’ inconsueto con cui Gesù si rivolge a sua madre, apparentemente può sembrare privo di rispetto, in realtà esprime deferenza, ci rimanda al momento decisivo della sua “ora”. Infatti, in tutto il vangelo di Giovanni il Signore chiamerà “donna” sua madre solo un’altra volta: dall’alto della croce, quando le affiderà il discepolo prediletto, e lei a lui.

«Fate tutto quel che vi dirà. Al di là delle parole del Figlio, che sembrano severe e quasi scostanti, Maria intuisce la volontà di Gesù di manifestare – attraverso un segno straordinario – la sua gloria ai discepoli. Maria non sa in che modo suo figlio intende intervenire; non azzarda previsioni né anticipa l’iniziativa del Figlio. Enuncia semplicemente il principio al quale ella per prima ha ispirato le sue scelte e l’intera sua vita: fare quello che il Signore ci rivela attraverso la sua parola. Dietro l’apparente semplicità dell’invito di Maria si nasconde la più profonda sapienza della vita del discepolo-cristiano.

«C’erano là sei recipienti di pietra». Gli esperti sono arrivati a calcolare la capacità di questi sei contenitori: si tratterebbe di qualcosa come duecentocinquanta litri! Ci troviamo di fronte ad una sovrabbondanza che potrebbe sembrarci esagerata, ma qui Gesù intende darci una pallida idea della ricchezza della gioia messianica che si effonderà da lui crocifisso e risorto, dal suo costato aperto da cui scaturiscono sangue-ed-acqua, per dissetare il mondo intero. L’acqua contenuta nelle sei giare era stata predisposta da mani umane “per la purificazione dei giudei” (2,6). Gesù prende spunto da questo segno dell’antica legge e lo trasforma nel segno della nuova ed eterna alleanza fra Dio e l’umanità.

«li riempirono fino all’orloAdesso attingete e portatene…». Come nella moltiplicazione dei pani, anche a Cana Gesù sollecita e quasi attende la collaborazione umana. Certo Gesù avrebbe potuto riempire direttamente di vino le sei giare senza chiedere nulla a nessuno; ma egli desidera che i discepoli ricordino la loro responsabilità e la vivano con generosa fedeltà: toccherà a loro “riempire, attingere e portare” la bevanda della salvezza e della gioia, sapendo bene che la loro obbedienza alla Parola non ha prodotto il miracolo (2,9), ma lo ha semplicemente accolto nella fede promuovendo la piena felicità di tutti i commensali al banchetto delle nozze dell’agnello (Ap19,9).

«Ognuno serve prima il vino buono…tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora». Lo stupore del maestro di tavola, che viene sottolineato da Giovanni, anticipa lo stupore del credente. Il discepolo si meraviglierà sempre della sovrabbondante quantità e della sublime qualità della gioia messianica, anche se essa arriva “dopo” la insoddisfazione di tante altre gioie, dopo l’esperienza della fragilità e povertà delle sicurezze umane; anzi: dopo il versamento del Sangue e lo spezzamento del Corpo che saranno al centro del banchetto della nuova ed eterna alleanza.

«fece questo primo dei suoi segni… manifestò… e i suoi discepoli credettero in lui». In queste espressioni conclusive, l’evangelista riassume le intenzioni della sua narrazione. Il miracolo di Cana ha manifestato per la prima volta la “gloria” del Messia, e ha prodotto il suo esito, cioè la fede dei discepoli. Noi, che leggiamo questo vangelo possiamo ripetere la stessa esperienza, solo se ci lasciamo persuadere dalla Madre a fare quello che Gesù dice. Ogni momento della sua vita, ogni desiderio di felicità e di pienezza potranno essere appagati e infinitamente superati dal buon vino nuovo del vangelo, che annuncia il “miracolo” per eccellenza: la manifestazione gloriosa dell’amore crocifisso del Dio fatto uomo.

MEDITAZIONE – SPUNTI DI RIFLESSIONE

Sappiamo che nel matrimonio ebraico non poteva mancare il vino. Il padre della sposa aveva l’incarico di provvedere al vino della festa. Una festa che durava più giorni, quindi, necessitava di molto vino. Anche oggi, non c’è festa di matrimonio, ebraico o cristiano che sia, senza vino!

Non c’è dunque celebrazione di nozze senza vino, e la madre di Gesù per questo interviene. Ma la risposta di Gesù avviene tramite parole che sembrano creare una distanza, sembra che le chiedano di restare al suo posto, perché in quanto madre fisica di Gesù non può pretendere nulla: “Che cosa c’è tra me e te, o donna?”. Ed ecco che Maria da madre si fa discepola che ascolta, obbedisce al figlio e chiede agli altri di fare lo stesso: “Fate tutto quello che vi dirà”. La madre, divenuta discepola, chiede che siano riservati a Gesù ascolto e obbedienza, nient’altro. Non può dire altre parole, perché è una donna credente, capace di ascolto, obbediente al Signore: è la prima discepola di Gesù.

A questo punto Gesù dà un segno in cui anticipa la sua ora, non ancora venuta, ma che giungerà solo alla croce, dove si celebreranno le nozze di sangue. I servi di tavola subito gli obbediscono: portano sei giare piene di acqua, che serviva per la purificazione. Non vi è però più bisogno di quest’acqua, perché è la presenza dello Sposo a purificare tutti i convitati. Ed ecco che quell’acqua così abbondante diventa vino per le nozze! Quantità e qualità eccezionali dicono che quel vino è più di semplice vino, è il vino dell’amore donato da Gesù ai suoi, è l’amore che non può più mancare. Noi ancora oggi continuiamo a bere di quel vino di Cana donatoci da Gesù, e alla sua mensa celebriamo le nozze tra lui e la comunità cristiana, suo corpo. Come nelle nozze i due diventano “una sola carne”, nell’eucaristia i credenti diventano carne di Cristo, Signore e Sposo, Sposo che si dà totalmente alla sua comunità. “Gesù” – conclude Giovanni – “fece questo primo dei suoi segni miracolosi…e i suoi discepoli credettero in lui” e divennero la sua comunità, la sua sposa.

Quanto alla fede dei discepoli, essa costituisce la primizia della fede nuova. Maria ha un posto privilegiato: stando vicina a suo figlio, essa indica e apre agli uomini, attraverso la sua fede, la sua obbedienza e il suo abbandono, le nuove vie della vita. L’accenno al terzo giorno, il riferimento all’Ora che non è ancora venuta, il simbolismo stesso, costringono a leggere questo racconto nella prospettiva dell’ora del sacrificio del Cristo, come fa lo stesso Giovanni. Sarà allora infatti che il segno si chiarirà alla luce della realtà; le nozze del villaggio di Cana faranno posto alle nozze dell’Agnello immolato e alla sua resurrezione il terzo giorno; la fede nascente dei primi discepoli alla fede pasquale della Chiesa; la Madre di Gesù sarà consacrata per sempre, dalla parola di suo figlio, Madre di tutti i suoi discepoli. La realtà di questo mistero noi la viviamo, ora, nella Chiesa. E’ oggi che si compie il miracolo e si dispiega la gloria di Gesù.

Ma perché è così potente e intrigante la metafora delle nozze? Perché più di altre esprime la verità dell’incarnazione: corpi che diventano un solo corpo, comunione e comunicazione nel canto dell’amore, nella sobria ebbrezza del vino. Il nostro linguaggio umano è limitato, soprattutto quando vuole alludere a realtà invisibili, e allora fa ricorso alle realtà più umane, umanissime: il mangiare, il bere vino, l’incontro dei corpi nella celebrazione dell’amore reciproco e della reciproca appartenenza. Siamo sempre invitati al banchetto di Cana, non per cercare uno sposo e una sposa che non ci sono, ma per essere noi coinvolti in questo incontro tra Cristo, Signore e Sposo, e la sua comunità. Si tratta di andare a Cana, di cercare di vedere con occhi di fede, di ascoltare le parole della fede, di obbedire alle parole dette da Gesù, di gustare il vino del Regno e di toccare, sì… di toccare il corpo di Gesù.
DOMANDE DI RIFLESSIONE COMUNITARIA (vedi G. Barbon-R. Paganelli, Gustate quanto è buono il Signore, EDB)

IL VINO E LA SUA DIMENSIONE ANTROPOLOGICA:

Il vino nella sua storia, nel suo divenire quello che è, parla della nostra vita, del percorso che siamo chiamati a compiere per diventare bevanda buona,  per essere offerto e allietare la tavola della convivenza umana. Proviamo a ripensare alla nostra vita, alle fasi che abbiamo attraversato e che attraversiamo… Che tipo di vino siamo diventati?

Fermo/Frizzante/Dolce/Corposo/Invecchiato/Leggero/Ad alta gradazione/Rosso/Bianco/Rosato…

Perché siamo questo tipo di vino? Che cosa dice di noi?

IL VINO E LA SUA DIMENSIONE BIBLICA:

Il vino è ricco di doni concreti e denso di rimandi biblici simbolici. Da sempre. “dai tempi di Noè”, appunto, accanto al pane del bisogno, che sfama ed è necessario per vivere, l’uomo ha avuto il vino della gratuità e della festa: una bevanda non necessaria alla sopravvivenza, ma preziosa per la consolazione, la gioia condivisa, l’amicizia ritrovata.

Leggiamo Is 5,1-11 e proviamo a rivedere la nostra esperienza di relazione con Dio, il nostro percorso di fede e usiamo una metafora come questa:

  • Io sono la vite scelta…; – piantata…; – il vignaiolo mi ha curato così…; – ha potato…; -ha protetto…; ha difeso…IL VINO E LA SUA DIMENSIONE LITURGICAIl vino è un elemento che la liturgia ha accolto e reso significativo perché esprime l’abbondanza, la festa e la vita donata. Accanto al pane ricorda il gratuito accanto all’essenziale, il dono accanto al necessario, la gioia accanto alla sostanza.
    • Come coniughiamo nella nostra vita essenzialità e dono, necessità e gratuità?
    • Pensiamo a un momento in cui abbiamo messo insieme nella nostra vita questi due atteggiamenti, quali cambiamenti hanno caratterizzato il nostro quotidiano?

    IL VINO E LA SUA DIMENSIONE EDUCATIVA

    A livello educativo le attenzioni che ogni coltivatore riserva alla vigna e alla vite richiamano le attenzioni da avere con chi sta crescendo o diventando alberi da frutto…

    Maria, madre della Chiesa e madre nostra,
    ci affidiamo a te con le nostre famiglie,

    certi che tu ci accoglierai come facesti con il discepolo amato,

    che ti fu affidato,  come figlio, dal tuo Gesù sulla croce.

    svolgi, anche per noi, come per gli sposi di Cana,

    il tuo ruolo di madre attenta e premurosa.

    Vedi in quante nostre famiglie manca il vino della gioia,

    dell’affetto e del perdono reciproco.

    Guarda, anche, le troppe numerose famiglie

    nelle quali il vino buono degli inizi

    è ritornato ad essere l’acqua banale di una vita famigliare trascinata,

    quando non è divenuto l’aceto del rancore continuo.

    Chiedi ancora a tuo Figlio che provveda, per tutti, con la sua grazia.
    Intercedi perchè in tutte le famiglie cristiane si accolga e

    si protegga la vita, così come nella tua famiglia di Nazaret

    si è accolto il Verbo incarnato, Gesù, nostra vita.
    Da parte nostra, vogliamo, come il discepolo amato,

    accoglierti sempre nella nostra casa,

    perché essa sia benedetta e diventare immagine dell’amore trinitario.
    Ci ottenga questo il Padre che ti ha creata immacolata,

    il Figlio che ti ha redenta prima d’ogni altra creatura e lo Spirito

    che ti ha santificata in modo unico e sublime.

    Amen